Privacy Instagram: sappiamo davvero quali e quanti dati questo social raccoglie e utilizza quando accettiamo termini e condizioni (che non leggiamo quasi mai?). Possiamo limitare questa raccolta e uso dati? E come? Ecco alcune risposte utili

Parlare della privacy di Instagram, o meglio, del trattamento dati al quale come utenti siamo sottoposti nel momento in cui ci iscriviamo a questa piattaforma, è cosa complessa. Non solo perché i dati trattati da Instagram, come leggerete a breve in dettaglio, sono davvero tanti, ma anche perché sapere quante cose Instagram sa di noi può davvero mettere paura.

Abbiamo già parlato delle regole di Instagram e del motivo per cui esse non possono, né legalmente né in per intuito e buon senso, essere considerate “legge”, ma si devono adeguare alle norme dei paesi in cui l’azienda opera.

Diciamo che un ripassino in merito al contratto che stipuliamo con Instagram, o meglio con la Facebook Inc, nel momento in cui creiamo la nostra bella gallery, può tornare utile.

Una volta messi in pari con i fondamentali, arriviamo al punto e capiamo quali dati vengono trattati da Instagram (preparate i sali per ovviare agli svenimenti), come vengono trattati e cosa possiamo fare per tutelare un’anticchia in più tutti i nostri dati sensibili-anzi-sensibilissimi.

Che tipo di dati vengono raccolti da Instagram?

contratto per blogger - hayley-lyla - unsplash
ph. Hayley- Lyla – unsplash

Che dati raccoglie Instagram? Basterebbe dire… tutto.
Leggendo ciò che segue, vi verrà in mente di bruciare il telefono e scappare su un’isola deserta, ma vi consiglio di desistere perché come vedremo in chiusura, con un po’ di consapevolezza da utenti e consumatori attenti, possiamo ovviare al peggio.

Instagram raccoglie:

  • Notizie sulle nostre reti e connessioni (cioè, raccoglie i dati sulle persone che abbiamo come amici, sulle pagine che visitiamo, sui gruppi ai quali siamo iscritti e prodotti che acquistiamo);
  • Se sincronizziamo Instagram con il nostro dispositivo, Instagram accede alla rubrica e a tutto quello che abbiamo sul telefono, cioè foto, App, messaggi come sms e WhatsApp (da quelli al marito a quelli all’amante, dal messaggio alla mamma in cui diciamo di calare la pasta al messaggio al commercialista o all’avvocato);
  • ha accesso alla durata e output delle nostre attività (quanto tempo ci soffermiamo sul video, quali tipi di transazioni facciamo, se facciamo donazioni, se da un video facciamo click su un’inserzione e se quel click porta ad un acquisto);
  • hanno accesso alle informazioni sul nostro dispositivo (ram, tipo di connessione, dati del telefono e Wi-fi, punto di accesso alla rete, privata o free wi-fi);
  • ovviamente, geolocalizzazione;
  • per fare storie dobbiamo attivare il microfono, vero? Ecco, appunto, Instagram ha accesso al microfono, quindi anche alle ricerche vocali che facciamo, ad esempio, alle varie Sori e Alexa;
  • ha accesso anche alle informazioni che, inconsapevolmente, forniscono su di noi i nostri contatti, ad esempio taggandoci in foto e geolocalizzazioni.

Ricordiamoci che Instagram, Facebook e Messenger sono la stessa azienda, che usa i nostri dati in modo conveniente a tutte e tre le realtà.
Questo ci fa pensare al Grande Fratello Orwelliano, vero?

Come vengono trattati i nostri dati su Instagram?

privacy instagram
ph. Unsplash

Tutti questi dati, non servono per “controllarci” e invadere la nostra privacy di persone comuni o per giudicare le nostre vite private; mi dispiace condividere con voi quest’altra triste notizia, ma di quante relazioni clandestine abbiamo, del segreto segretissimo che diciamo alla nostra amica su Whats App, di quanti gelati abbiamo mangiato ieri in barba alle raccomandazioni del personal trainer… al mercato dei dati venduti e scambiati online importa poco. Almeno finché il nostro partner non ci molla e taaac, appare la pubblicità dei siti di dating sul telefonino.

Il mercato vuole sapere “solo” cosa possiamo o vogliamo o potremmo essere propensi ad acquistare (hai detto niente).

Questi dati vengono utilizzati per farci arrivare le promozioni più in linea con il nostro orientamento di acquisto, ad esempio.
O per farci andare in “esplora” e farci vedere i brand, i partiti, gli influencer, le riviste più in linea con quello che ci interessa, al fine di farci restare il più a lungo possibile sulla piattaforma.

E ovviamente, anche per farci acquistare i prodotti degli inserzionisti.

O ancora, [e qui il livello di disagio presumo salirà un po’] per proporci le pagine/post dei partiti politici che “propongono cose” sulla base delle nostre priorità civiche.

E allora ecco che noi pensiamo: “ma tutto questo è terribile!”
Per essere precisi, questo è il mondo dei social, che dobbiamo conoscere per essere in grado di tutelarci, anche solo in minima parte, considerata l’obiettiva disparità delle posizioni di noi piccoli utenti di fronte ad un colosso come Facebook Inc.

Instagram “rivende” i nostri dati… anche a voi che leggete questo articolo.

mi hanno copiato il post
ph. Erik Lucatero-unsplash

Hai mai pensato che, questo immenso traffico di dati sensibili-anzi-sensibilissimi che Instagram prende e utilizza con il nostro consenso più o meno consapevole, lo utilizziamo anche noi, per i nostri scopi?
Hai mai pensato che noi, oltre che vittime, siamo anche un po’ artefici e complici compiaciuti di questa compravendita di dati?

Immaginiamo spesso Instagram vendere i nostri dati a grandi colossi del mercato, immaginiamo le grandi lobby politiche e commerciali sapere tutto di noi e approfittarne. Ma attenzione, perché se proprio vogliamo essere onesti, anche noi ci avvantaggiamo di questo traffico dati.

Anche il singolo, la piccola azienda, il micro o macro influencer che decide di far partire una promozione (o sponsorizzata, in gergo di settore social media marketing), nel momento in cui seleziona il tipo di pubblico cui destinare il proprio annuncio non fa altro che accedere all’enorme banca dati di utenti-consumatori iscritti ad Instagram, più in linea con il prodotto proposto.

Insomma, siamo vittime e usufruitori di questo sistema, e nel 90% dei casi non siamo consapevoli di essere né gli uni né gli altri.

Impostazioni Privacy Instagram: consigli su come essere più tutelati

telefonino con lucchetto
ph. Dan Nelson – Unspalsh

Ma veniamo ad alcune azioni pratiche che possiamo mettere in atto per essere leggermente più tutelati di fronte ad un colosso dal quale, in parte, siamo già dipendenti.

  • leggiamo sempre il documento sul trattamento dei dati che sottoscriviamo con un click al momento dell’iscrizione a Instagram e a qualunque piattaforma web. Poi magari ci dovremo iscrivere lo stesso, pena il restare fuori dal mercato, ma almeno saremo consapevoli. E la consapevolezza è una prima arma di tutela e difesa del consumatore e del cittadino.
  • Passa ad account privato:
    Se non sei un’influencer, se usi Instagram solo per divertimento, network o ispirazione, puoi sempre passare ad un account privato.
    Come fare? Impostazioni >Privacy >Privacy dell’account > seleziona Account privato. 
  • Rimuovi la tua geolocalizzazione.
    Impostazioni >Privacy >Servizi di Geolocalizzazione >Instagram >Mai
  • Controlla i tag manualmente (come dicevamo, molti tuoi dati vengono elargiti anche dai tuoi contatti)
    Impostazioni >tag > scegli chi può taggarti;
  • Disabilita la sincronizzazione con i contatti personali.
    Come fare? Impostazioni >Account >Sincronizzazione dei contatti >disattiva.
  • Controlla che i gruppi ai quali sei iscritto (su Facebook) siano gruppi che ti interessano davvero, che non abbiamo cambiato nome o ragione. Se non c’è più ragione che il tuo nome sia lì dentro, esci dal gruppo.

Riflessioni della vostra avvocata bionda sulla spinosa questione della gestione dati sensibili di Instagram e dei social.

Avv. Valentina Fiorenza

Come detto, come utenti di Instagram, siamo soggetti e oggetti di questo traffico di dati.
Ma attenzione, come ho scritto parlando di diritti dei consumatori, noi non saremo mai, come utenti (e consumatori) nella stessa posizione (di netto vantaggio) di Instagram, indipendentemente dal nostro grado di consapevolezza dei rischi ai quali andiamo incontro.

Alla luce del fatto che ad oggi, se non sei sui social, come azienda, non esisti e non ci si può permettere davvero di non stare sui social se non si vuole essere penalizzati sul mercato e nella vita sociale, siamo davvero liberi di scegliere se stare o non stare su Instagram o su tutti gli altri social?

In realtà non ho una risposta ma un modestissimo parere: a mio avviso, no, non lo siamo.

Il problema dei grandi giganti dei fornitori di servizi internet (e con ciò intendo in maniera moooolto ampia coloro che ci forniscono gli strumenti per “stare” su internet, come appunto Facebook o anche Google) è che si tratta di soggetti che in teoria sono “neutrali”, in pratica hanno il potere di decidere molte molte cose.

E gli Stati nei loro confronti, spesso e volentieri, passano da un atteggiamento di ignoranza (nel senso che non vogliono vedere il problema) a uno di sudditanza, con in mezzo un variegato spettro di situazioni. Nei piani alti delle Istituzioni europee pare che a volte ci siano dei guizzi per porre fine allo strapotere arbitrario di questi colossi (non sarebbe peregrino neanche immaginare intese restrittive della concorrenza o “cartelli”) ma si tratta sempre di tentativi che dovrebbero avere più forza.

Personalmente mi auspico che si trovi la quadra (no, non è facile, si pongono una MAREA di problemi di diritto, di politica, di economia e chi più ne ha più ne metta) e che anche l’internet – che oggi non è più quello della Dichiarazione d’Indipendenza del Cyberspazio – possa avere una regolamentazione efficace, non restrittiva e, soprattutto, non repressiva. Perchè noi ridiamo e scherziamo ma spesso, i gestori dei grandi colossi dell’internet si fanno braccio armato della censura di alcuni governi sparsi lì, dove noi non li vediamo.